Maggio 17, 2008

Tatami

domani potrete vedermi su rai3 alle 23.40, ospite del nuovo programma di camila raznovich, “tatami”

Quando la bellezza diventa malattia

In onda domenica 18 maggio 2008 alle 23.40

La sindrome della strega di Biancaneve sul Tatami di Camila Raznovich

Oggi è possibile essere brutti? Dove nasce l’ossessione odierna per l’aspetto esteriore? E’ sano manipolare il proprio corpo anche per fini artistici ? La nuova puntata di Tatami, il talk show della seconda serata di Rai Tre condotto da Camila Raznovich, affronta il tema del  corpo. Protagonisti del “duello” di questa settimana, la scrittrice Melissa P e il filosofo Sergio Givone, ordinario di Estetica all’Università di Firenze.

A seguire, l’intervista di Camila a Giorgio Gori, fondatore della Casa di Produzione Televisiva Magnolia, in studio con il cognato Fabio Caressa, giornalista sportivo, per l’intervista sul tatami.

Infine, Tatami accoglie il medico olandese Rebecca Gomberts, fondatrice di Women on Waves, l’ong che si batte per dare una possibilità di scelta alle donne che vivono nei Paesi dove l’aborto non è legale. In risposta alle migliaia di decessi che colpiscono le donne come risultato di interruzioni di gravidanza non sicure, Women on Waves (Donne sulle onde) opera su una nave attrezzata come clinica che salpa in aiuto delle organizzazioni femminili.

Maggio 16, 2008

Blu

vuoto e pieno. può capitare in diversi momenti della giornata.

mentre cammino per strada e sorrido, guardo un paio di scarpe in vetrina, compro un gelato all’amarena e una bambina bionda vestita di rosso mi guarda dritta negli occhi. il vuoto. come se qualcuno stia tirando una corda attaccata ad un lenzuolo, e il lenzuolo viene sfilato via, abbandona il mio corpo, lo sento scivolare e dopo non mi riconosco più.

pieno. quando sento di aver preso la decisione giusta, quando mi affaccio dalla porta e vedo qualcosa, posso vedere qualcosa. un dipinto sbiadito, figure senza forme, senza volto. un fascio di luce entra dentro, da qualche parte, si ferma, rimane dentro lo stomaco, mi accoglie e lo accolgo, lo proteggo. tutta l’energia dispersa, improvvisamente, arriva come un’onda violenta, che quasi mi spezza il respiro.

vuoto e pieno. quando rileggo il passato è pieno, quando sto nel presente è vuoto e pieno, quando guardo all’inverno, quando guardo le stanze vuote di casa mia, quando non riesco più a sentire il fastidioso ronzìo della musica metal provenire dall’altra stanza, quando mi soffermo a guardare le sue tracce, le sue molliche di pane abbandonate, è vuoto, vuoto incolmabile.

non sono mai stata brava a dire certe cose, forse perchè io l’amore l’ho incontrato solo una volta, ed è stato bello, la cosa più vera e grande che sia capitata nella mia vita, la cosa che davvero ha ricevuto tutta me stessa, che ha ricevuto anche delle parti di me che non conoscevo, che forse tenevo nascoste per vergogna, o forse solo per ignoranza.

la casa è troppo grande per me sola, quando anche le sue cose se ne andranno con lui perderà la sua natura, sarà un’altra casa, apparterrà ad un’altra vita peggiore o migliore non importa, ma sarà un’altra. i suoi pochi vestiti allineati nell’armadio, i suoi libri, i suoi volantini presi alle manifestazioni, lasceranno queste mura come se non ci fossero mai stati. questa casa non ha memoria, io sì. vedrò sempre le sue cose sparse in giro anche quando non ci saranno, ricorderò esattamente il luogo in cui ha lasciato la sua tazza per l’ultima volta e dove ha lasciato i suoi bigliettini da visita. saranno lì sempre, fantasmi immobili impossibili da cacciare. ancora più crudeli dei fantasmi veri.

una delle cose più terribili che può capitare all’amore è che si trasformi in odio, e chi ha amato davvero non accetta la morte violenta del suo amore, lo adagia sul letto e lo ricopre con un lenzuolo prima che sia troppo tardi. lasciarsi dopo anni felici, davvero felici, è perdere una parte di sè, una parte che non riavrai mai più indietro.

Blue, so blue, my love is burning blue
Any private flame could be a lie
Blue, so blue, my love still burns for you
But I know I’ll only make you cry

Maggio 9, 2008

torero torero olè!

leggo questo e m’incazzo.

non è il torero ad essere sotto attacco, bensì il toro.

il torero sarebbe stato sotto attacco se si fosse trovato per strada a passeggiare con la sua famiglia e un toro sbucato dal nulla lo avesse attaccato.

ma dato che nella corrida il toro è martoriato, mutilato, deriso, mi sembra giusto che attacchi il torero. e, francamente, su 1000 tori uccisi non sarebbe male se ogni tanto morisse un torero.

questo senso di appartenenza al genere umano ha rotto la minchia, che se un essere umano è ucciso o ferito da un animale comunque sia è necessario stare dalla parte dell’essere umano, anche se questo ha schiavizzato, offeso, ucciso, mutilato un animale.

io sto dalla parte degli offesi, e nella maggior parte dei casi gli offesi sono gli animali.

non mi sento di prendere le parti di un essere umano perchè appartiene alla mia specie. se dovessi pensarla così allora potrei restringere il campo e dire che prendo le parti soltanto delle donne, poi soltanto delle donne basse, poi soltanto di quelle che portano il mio nome, poi soltanto di quelle che credono nella mia stessa religione e che sono di pelle bianca. fortunatamente non funziona così (a meno che tu che stai leggendo non sia un naziskin o uno del ku klux klan).

adesso incazzatevi tutti:

A MORTE I TORERI, LUNGA VITA AI TORI!

Maggio 9, 2008

riunione di condominio in un condominio di piazza vittorio

M: Scusate per il ritardo!

X: Ciao cara, stai scrivendo?

M: Sì sì

X: Che cosa?

M: Qualcosa

X: …Ok. Ora che ci siamo tutti possiamo cominciare.

Y: I cinesi del primo piano. Non ne possiamo più. Scendono con le armi per trasportare denaro. L’altra sera stavo prendendo la posta e uno è sceso con un fucile.

M: Che tipo di fucile?

S: Madonna mia!

D: Ma questi si possono sfrattare?

G: C’è una causa in corso…

M: l’altra mattina il dottore del piano di sotto gridava aiuto. L’ho sentito dal cortile. Io e la signora S. siamo scese ad aiutarlo. Erano entrati dei ladri, l’avevano pestato e poi chiuso a chiave in una stanza.

S: sì sì, e poi abbiamo chiamato la polizia!

M: avevamo le ciabatte e lo scialle, tutte e due.

X: certo. Ok. Poi abbiamo speso di più questo mese perchè abbiamo fatto la corona di fiori per il signor Crispino.

S: Poraccio!

M: sì, mi è dispiaciuto tantissimo.

G: eh però non ne sapevo niente!

M: non penso che fosse necessario saperlo. E’ una cosa giusta, grazie signora X.

G: la cantina…noi non la usiamo, è un macello, cartacce, schifezze. C’è pure una lavatrice rotta…

M: io non ci sono mai entrata, non ho manco la chiave.

G: bisogna affittarla…

M: mah!

G: vi dispiace se non la affittiamo a extracomunitari?

M: …….

X: sì, meglio a italiani

D: sì, concordo

S: ma poracci!

Y: no no, non vogliamo extracomunitari

S a M : ma sai che le cantine a tempo di guerra le usavamo per nasconderci dalle bombe? Tutti i condomini erano uniti dalle cantine, lunghissimi corridoi.

M: è una storia bellissima! Senta, ma posso venire qualche volta a disturbarla per farmi raccontare storie di guerra?

S: ma figurati! Tanto sto agli arresti domiciliari! Non esco mai.

M: eh, pure io!

S: sai quando sono nata?

M: no

S: nel 1930

M: complimenti!

X: Bene. Ora: i piccioni. Ci cacano sulle lenzuola.

M: Cazzo! Stendo le lenzuola, se le lascio qualche ora in più del previsto trovo le cacche. Devo pulire i panni due o tre volte.

X: mettiamo una rete metallica. Abbiamo già messo i chiodi, così si feriscono e non si appollaiano sulle ringhiere.

M: è orribile ’sta cosa…

X: la rete non li fa avvicinare

M (pensa): e ora? Che fine farà il piccione che viene a trovarmi mentre lavoro? E Lolita e la Signorina Rottenmaier che svago avranno d’ora in poi?

M: …..

D: mi sembra ottimo.

Y: sì, assolutamente.

X: va bene, allora, arrivederci e grazie.

M e S escono insieme dalla casa.

S: dai, qualche volta vieni da me che ce ‘mbriacamo.

M: bene. Che mi offre?

S: vodka, gin, wiskey. Quello che vuoi cara.

M: affare fatto.

Maggio 7, 2008

deperimenti

da così

(le mani di mia nonna)

(l’afro di mia zia)

(recita natalizia dalle suore. herpes sulla bocc

a così

Maggio 7, 2008

Reazione a catena

ed mi ha incastrato un’altra volta con un’altra catena. mannaggia a lui.

Istruzioni per l’uso:
1-indicare il Blog che vi ha nominato e linkarlo
2-inserire le regole di svolgimento
3-scrivere sei cose che vi piace fare
4-nominare altre sei persone che proseguano la catena
5-lasciare un commento sul blog dei sei bloggers prescelti

1) fumare la prima sigaretta della giornata

2) andare alla pasticceria accanto casa a mangiare un babà e a bere il tè con il limone

3) comprare stronzate su internet (manco troppo stronzate, solo su internet riesco a trovare scarpe vegane che non siano una riproduzione delle scarpe della valleverde. pare che il mercato abbia deciso che chi è vegetariana debba per forza essere sciatta, scarpe basse stile ragazza-del-g8. e invece no, si può troieggiare anche se si è vegetariane)

4) fare la pennichella pomeridiana sul divano del mio studio ascoltando musica a basso volume

5) giocare a “c’è un surcitieddu” con la signorina rottenmaier e lolita (il gioco consiste nel lanciare un topo -finto- lungo il corridoio gridando l’urlo di battaglia “c’è un surcitieddu!!!!” che fa rizzare le orecchie alle mie gatte che si lanciano all’inseguimento di quel coso di plastica e me lo riportano tenendolo fra i denti)

6) provarmi tutte le scarpe che ho nell’armadio, almeno una volta a settimana. che tristezza.

giro la palla a:

- Giulia

- Carolina

- Gisy

e basta perchè non conosco altri blogger.

Maggio 6, 2008

Uo Melissa yeah!

Melissa P. (clicca qui)

ho trovato, per caso, questa canzone dei duracel, un gruppo punk che ha tratto ispirazione da me e dal mio libro. che dire? sto ancora ridendo…

Aprile 30, 2008

markette

domani, alle 23.50, sarò ospite di piero chiambretti a “markette”, su la7.

Aprile 28, 2008

le bestie e noi (noi le bestie)

dopo non è necessario sprecare parole.

per i sottotitoli in italiano (o in altra lingua) cliccate sul pulsante CC appena sotto il video e scegliete la lingua desiderata.

Aprile 26, 2008

vintage

ho trovato delle cose in un  vecchio floppy, cose che non ricordavo di avere scritto. cerco di dar loro una memoria, pubblicandole qui. non prendetele troppo sul serio, sono cose scritte anni e anni fa, quando avevo 10 o 12 anni o 15.

questo è l’incipit di un racconto che, non so perchè, non sono più riuscita a finire e non ricordo perchè.

Il signor Gianni B. aveva un gatto. Era un bell’esemplare maschio, il manto tigrato e le carni sode e grasse, il naso schiacciato, gli occhi grandi e verdi, un bel muso rosa. Lo vedevo uscire dalla finestra sul giardino ogni sera dopo il tramonto, stava via tutta la notte fino all’alba a cacciare mammiferi e rettili di piccola taglia. Talvolta lo vedevo gironzolare per il condominio con una lucertola penzolante fra le piccole ma letali fauci. Mi passava accanto ignorandomi, mostrando con fierezza la vittima morente agli altri gatti del condominio.
Il signor B. amava molto quella bestia, era l’unico affetto che gli restava.

questo poemetto, invece, l’ho scritto quando scoppiò la prima guerra del golfo. un esperimento che oggi non mi sognerei di fare, perchè la prima cosa che ti ruba l’avanzare dell’età è il coraggio.

Lasciami cantare, o veneranda Musa, la forza
dell’amore che il fulgente americano portò alla nera irachena
bella di sua scorza
e che ancor oggi tanti sospiri dimena.

Passò il tempo dell’oro nero
custodito gelosamente da colui che del nome Disgrazia andava fiero
circondato da fedeli compagni
che l’avorio avean nei bagni

Su tappeti di velluto persiano
inginocchiati al dio cieco
pregavano
mentre il sangue portavano ancora seco.

Uomini e fanciulli, donne e vecchi
di battaglie violente avean le ferite
scarni nei volti e secchi
sentivan rimbombare nei loro orecchi: morite!

E fra le montagne aride e secche
seppellite eran tutte le Mecche
e dei loro corpi trucidati e duri
niente più si sapeva, ma solo spergiuri

Spergiuri dalle anime sante
che ai liberatori vendetta chiedean
ma amarezze ne ebber tante
tanto che nelle strade cadean

Ma un sol paladino
mai ebbro di sangue o di vino
liberatore fu di quella terra che ora non c’è più

Parlo di quella terra fra Tigri ed Eufrate
che vide tante donne assassinate
di quella terra che scura è
per il petrolio e per la rabbia che ha in sè

E canterò di Opeliòtre
donna di grande stirpe e nobile coraggio
che di mariti ne aveva tre
e che morì con grandissimo oltraggio.

Il paladino nome Caameri aveva
e, lasciata la sua terra fresca e potente,
con il suo passo tutti i fiumi moveva
gentile e affascinante catturava molta gente

E ancora Niscolurbe, adagiato nelle mani del Fato
mai una posizione si è dato
sbandierato a destra e sinistra
prima dalla volontà e poi dalla divin sua svista.

Ma il liberator di quella felice terra
presto portò in essa la guerra
e la guerra portò presto le morti
che cambiarono del mondo le sorti

Disgrazia fu presto disperso
ma dal cielo nero ed infuocato
mai cadde un bene diverso
diverso dall’orgoglio del giovin soldato

Il guerriero e l’irachena sotto il burqa si ascosero
e con mani che sembran pinze
si tenean stretti e le armi riposero.

questo, invece, un saggio su lorenzetti

Certo, l’Europa del nascente 2003 è assai diversa dall’Europa del 1338, continente diviso da imperi, stati, principati e comuni. Le opinioni che prendono vita attraverso le immagini che vediamo in televisione, per strada, attraverso le parole che leggiamo sui giornali, tutto ci parla di un’ Europa unita: niente barriere, nessun radicato sentimento di appartenenza ad un popolo, economia globalizzata. Tutti siamo cittadini europei e nello stesso tempo, cittadini del mondo. Ma l’arte ci può dimostrare che esiste un fattore comune che unisca l’Europa dei Comuni all’ Europa dell’Unione: il proposito che Giustizia trionfi e Tirannide decada.
Nel 1338 Ambrogio Lorenzetti affresca le pareti della Sala della Pace, nel Palazzo Pubblico di Siena. Tema degli affreschi: il cattivo e il buon governo. E perchè mai un dipinto di così lontana data, nato in una così diversa atmosfera politica e sociale,deve rappresentare il pensiero comune,presente  non solo nel secolo quattordicesimo, ma persino nel nostro secolo ventunesimo? La storia è, si sa, un ciclo di eventi che si manifestano e si ritraggono secondo archi di tempo talvolta brevi e talvolta lunghi, e sebbene abbiano luogo in tempi e in modi diversi sono strettamente connessi fra loro; tanto più se si tratta di politica e pensieri politici.
Con l’allegorie ed effetti del buono e del malgoverno Lorenzetti realizza un articolato programma iconografico atto a celebrare le forme di governo basate sul rispetto della Giustizia, virtù principale alla quale convergono in schiera tutte le altre virtù. Per il malgoverno si serve invece, di immagini  che raffigurano la Giustizia calpestata e ridotta in catene con il conseguente trionfo dei vizi. Le due allegorie si sviluppano su pareti diverse e raffigurano entrambe la veduta di una città con relativo contado:l’una retta della giustizia e l’altra dalla tirannide. Il Buon Governo troneggia, serio ed austero, attorniato dalle Virtù cardinali e teologali, dalla Sapienza, dalla Magnanimità e dalla Pace e dalla Concordia,la quale lega con una fune i rappresentanti dell’ordine cittadino e delle alte istituzioni comunali.  La seconda parte dell’affresco esprime gli effetti positivi che al Buon Governo seguono e che si manifestano nella prosperità del contado e nella fiorente attività commerciale del Comune. Nel contado si noti come i contadini coltivino diligentemente i campi e come i nobili si diano alla caccia del falcone in piena sicurezza. Nella scena che raffigura il vigore del commercio si deduce che la città dipinta sia Siena stessa, dal momento che ne è raffigurato Duomo. Ma Lorenzetti non ci offre una semplice riproduzione della vita a lui contemporanea,bensì la ricostruzione di una realtà i cui connotati rispondono a una precisa ideologia politica e sociale.
Sebbene la porzione di affresco che illustra l’allegoria del malgoverno sia deperita e consumata, alcune immagini sono ancora visibili: la corte della Tirannide è triste, buia e tetra, il tiranno è circondato dai Vizi (Superbia, Avarizia…) e calpesta la Giustizia incatenata. Gli effetti del malgoverno si contrappongono a quelli del buon governo: le campagne sono incolte,assoggettate dalle ali del Terrore, la città è decadente e al suo interno si consumano macabri delitti.
Che sia un caso che la società di oggi è caratterizzata dal terrore, dai delitti,dai soprusi, dal vizio? Nominalmente tutti gli stati sono retti dalla giustizia e tutti i cittadini sono votati a rispettarla ma siamo sicuri che oggi la giustizia sia solo circondata dalle virtù? Evidentemente si è data da fare perchè il progetto di Lorenzetti, dei suoi predecessori e dei suoi posteri divenisse sempre di più una pura e semplice utopia.

questo un racconto che ho scritto circa otto anni fa

Il suo lungo cappotto verde (taglio italiano, evidente) lo avvolgeva con un che di stanco e dimesso, quasi volesse denudarlo improvvisamente e lasciarlo.
Il ginocchio della gamba accavallata andava a sfiorare il tavolino ferrigno e il piede, contenuto in un’elegante scarpa marrone scuro, faceva movimenti concentrici nell’aria.
Seduto a quel modo, all’aereoporto di Gatwich, sembrava stesse aspettando l’aereo che lo avrebbe portato ad un convegno, o ad uno stage, o semplicemente a casa, dalla propria famiglia. Si direbbe quasi che tutto in lui faceva pensare al solito uomo tutto d’un pezzo, determinato e severo, padrone della propria vita tanto da divenirne schiavo. Guardava ripetutamente il suo Rolex lucido e ben congegnato, uno dei piccoli tesori che si era concesso. A parte ovviamente le gite in barca la domenica, i viaggi organizzati nel periodo delle ferie, la collezione delle cravatte Regimental riposte accuratamente nel suo armadio, la valigia Vuitton ai suoi piedi… Desiderava poco, lui, eppure aveva più di quanto si sarebbe mai aspettato. Pochi capelli bianchi chiazzavano la sua chioma corta e abbastanza folta, il viso non rasato almeno da due giorni e le mani secche e arrossate dal freddo di Londra. Londra…era la prima volta che la visitava. Non ne era rimasto propriamente affascinato, semmai sorpreso e in qualche modo offeso.
Tutta quella gente che andava e veniva per la strada, che ostentava il suo essere inglese e all’avanguardia lo faceva sentire membro di un insieme sconosciuto e a lui estraneo e perciò si era sentito incredibilmente imbarazzato. Dover assistere ad uno sfoggio di colori, di abiti, di facce, di lingue diverse rappresentava per lui la minaccia alla propria vita e alla propria tranquillità: così temperata, così ben osservata da non tollerare qualsiasi fattore di disturbo e di corruzione. Londra lo infastidiva. E lo infastidì anche il suo piccolo paesino situato sulla costa siciliana. Si rese conto di quanto due luoghi possano essere differenti sebbene il tempo scorra uguale per entrambi: l’uno fastidiosamente ricco di vita, l’altro fastidiosamente ricco di noia. Tuttavia non gli sono mai piaciute le vie di mezzo e preferiva rifugiarsi nella noia piuttosto che nella vita: più prudente.
Nel malandato e provinciale aereoporto si sentì a casa e le luci sbiadite lo confortarono quasi avesse scorto in loro un cordiale sorriso. Non era periodo di vacanze e qualche turista sporadico correva verso i gates con i suoi calzoni corti e e le t-shirts scolorite; lui li guardava divertito e si chiedeva, infantilmente, perchè mai corressero a quel modo apprensivo, e irritato si accorse che i tedeschi riescono ad essere ordinati e freddi persino quando si trovano in un momento di confusione e di pericolo anche se in questo caso il pericolo era molto relativo.
Pagò il parcheggiatore e salì sulla sua auto bel lucidata fuori ma sporca dentro; i sedili in pelle emenavano uno strano odore di pesce andato a male e sui tappetini vi era un cumulo di briciole di pane, oramai secche. Sospirò e inspirò: era a casa. Sorrise e le sue labbra si distesero per confermare il senso di appartenenza e di sicurezza che tutto ciò intorno lui gli offriva. Si tolse il cappotto verde e, gettandolo sul sedile posteriore, un pacchetto cadde dalla tasca; lo prese e lo guardò, chiedendosi di chi fosse. Stette tanto tempo, troppo tempo, a riflettere e quando ormai ebbe perso le speranze una giovane donna passò davanti la sua auto trascinando il carrello con le valigie. Guardava dritto, il suo volto era serio e un pò corrucciato e il colorito era incredibilmente bianco, diafano. Abbassò un pò il capo per poterla vedere meglio e, preso da un impulso strano e non ben definibile, aprì la portiera e con gesti scattanti andò dietro la donna chiamandola forte. Lei si voltò, e lo squadrò non impaurita come avrebbe potuto essere ma stanca e forse rassegnata.
Lui le porse il pacchetto con un gesto timido da bambino innamorato e lei accettò il dono senza proferire parola, senza nemmeno far notare il minimo stupore o imbarazzo.
Erano uno di fronte all’altra, nessuno stava osservando il volto dell’altro ma ne stava tastando l’anima. Si guardarono per qualche secondo, lei andò via con la stessa andatura di prima strisciando i piedi a malapena e lui la vide andare e ansimò come un reduce dopo una violenta discussione. In realtà a quella donna aveva detto tutto e quella donna lo aveva ascoltato paziente, senza interrompere un solo gesto e senza erigere imponenti mura davanti ai suoi occhi. Aveva urlato come mai gli era accaduto in vita sua e si sentiva persino la gola bruciare: la toccò con i polpastrelli e pensò che l’aria di Londra gli aveva fatto male e adesso sarebbe arrivata una cattiva influenza. In macchina non si chiese perchè, non si stupì, non si vergognò: tutte le sue paure e le sue domande erano morte.
Arrivò a casa e la moglie lo raggiunse rabbiosa alla porta brandendo ciò che era rimasto di un piatto ormai rotto:-Guarda, l’ha rotto!- i suoi occhi sputavano fuoco.
Lui la osservò e pensò alla donna nel parcheggio dell’aereoporto:il pacchetto doveva essere sicuramente indirizzato a colei che adesso ruggiva arrabbiata. Nient’altro che un’estranea sebbene adesso lei lo chiamasse per nome, spazientita perchè lui non aveva ancora aperto bocca.
Con un gesto calmo prese il piatto, la guardò intensamente negli occhi con un sorriso beffardo e gettò il piatto per terra, spaccandolo in mille pezzi. Il rumore vibrò nell’aria e la finissima polvere nata dalla porcellana colorava allegramente il marmo bianco del pavimento; tolse il cappotto, uscì fuori in balcone e vide svolazzare l’indumento per poi finire nel mare e ondeggiare ormai libero.
La noia non sarebbe stata più la stessa: la morte ne era diventata la sorella.

questa, nel 96, l’avevo intitolata “poesia di merda” e difatti…

Senza il gelo di questi giorni
Tu non saresti più tu
Ma qualcuno saresti a cui rivolgere non una parola
Né un pensiero
Né un bacio che non sia di mistero
Se non ci fosse questo strano filo che
Tiene
Legati
I miei giorni
Tu non saresti che un volto da guardare
E che poi scompare
Che poi dimentico.

Ma questi sono giorni di gelo
E di buio che compare e riappare
E svanisce e si cela
E di giorno che non compare
Che sembra voglia arrivare
Che sembra voglia rimanere
E riscaldare.
Siccome sono giorni di ghiaccio,
la merda per terra pulisco con uno straccio.
In questi giorni di ghiaccio.